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Un grido per la vita…

«Gli indios e tutte le genti che in futuro giungeranno alla conoscenza dei cristiani, anche se vivono al di fuori della fede cristiana, possono usare in modo libero e lecito della propria libertà e del dominio delle proprie proprietà» scriveva papa Paolo III, nel lontano 1537, sui diritti degli indigeni, popoli da poco conosciuti ma che molti volevano già sfruttare e schiavizzare. Nella stessa bolla papale Sublimis Deus, Paolo III attribuiva alla opera del nemico del genere umano” la divisione dell’umanità (e della Chiesa) che cercava di negare i diritti a questi nuovi popoli
La Chiesa è stata sempre a favore degli indios, contro gli abusi dei conquistatori e tutti quelli che volevano sfruttarli, rubare le loro terre e ricchezze. Dopo Paolo III, almeno altri due Papi hanno difeso la causa indigena: Benedetto XIV, con la Immensa pastorum (1741), e Pio X, attraverso la Lacrimabili statu (1912). E oggi Papa Francesco vuole continuare a difendere questi deboli e esclusi, che non hanno molti aiuti a cui ricorrere, sempre cosciente che «la Chiesa ha la missione di evangelizzare, il che implica allo stesso tempo un impegno a promuovere il compimento dei diritti delle popolazioni indigene», come ricorda l’Instrumentum laboris del Sinodo che si avvicina (6-27 ottobre).
Ispirato da Gesù e dal Suo Vangelo, il Sinodo Panamazzonico propone un dialogo. Una dinamica di ascolto e di incontro. «Un dialogo a favore della vita e al servizio del “futuro del pianeta”» (IL 40). Una possibilità per il mondo di conoscere integralmente l’Amazzonia, e non soltanto qualche frammento o stereotipo. Propone un dibattito che porti a decisioni concrete per il mantenimento e protezione di tutte le ricchezze umane, materiali, biologiche e culturali di quel territorio, che coinvolge nove Paesi (Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese) e tantissime nazioni indigene, incluso circa un centinaio di popoli isolati (cf. IL 57 ss).
Il Sinodo è la continuità naturale e inevitabile della Laudato Si’ e, proprio come questa enciclica, avrà necessariamente un carattere pastorale e sociale, non soltanto ecologico. Avrà la missione di «ascoltare il grido della “Madre Terra” attaccata e gravemente ferita dal modello economico di sviluppo predatorio ed ecocida, che uccide e saccheggia, distrugge e sgombra, allontana e scarta, pensato e imposto dall’esterno e al servizio di potenti interessi esterni» e di«promuovere una nuova coscienza ecologica» (IL 146). L’Instrumentum laboris è ricco e completo, integrale. Avvia un processo di ascolto sinodale che è iniziato il 15 ottobre 2017 – quando Papa Francesco ha annunciato la convocazione di un Sinodo Speciale per l'Amazzonia – e propone un percorso che parta dall’ascolto della voce dell’Amazzonia alla luce della fede e di quattro concetti chiave strettamente correlati: vita, territorio, tempo, dialogo (Parte I), risposta al grido del popolo e del territorio amazzonico per un’ecologia integrale (Parte II) e per nuovi cammini al fine di favorire una capacità di profezia in Amazzonia tra sfide e speranze (Parte III).
Tuttavia, 500 anni dopo il primo contatto con i popoli dell’Amazzonia, il “nemico del genere umano” sembra continuare a lavorare per dividere la Chiesa e l’umanità, visto le diverse polemiche e fakenews attorno al prossimo Sinodo Panamazzonico. La Chiesa deve promuovere la libertà, l’incontro e l’unità. Se si va in un’altra direzione, possiamo affermare con Paolo III che «il nemico del genere umano, che si oppone sempre alle buone opere per portare gli uomini alla distruzione, provando invidia verso il genere umano, inventò un metodo fino ad allora inaudito per impedire che la parola divina di salvezza fosse predicata alle genti per la loro salvezza» (Sublimis Deus). Superando le critiche – che ci fanno chiedere quale sono le vere motivazioni/interessi di alcuni ecclesiastici (non per caso soprattutto statunitensi e tedeschi, Paesi tra quelli che più sfruttano le ricchezze della Amazzonia) che sembrano dimenticare quando il Vangelo dice che non è possibile servire a due padroni (cf. Mt 6,24) –, speriamo in un Sinodo coraggioso, che sia capace di toccare i punti fondamentali, anche se delicati, in gioco, come l’attuale modello di sviluppo economico predatorio, genocida ed ecocida, lo sfruttamento che parte da grandi compagnie e Stati, la violazione dei diritti umani e la “distruzione estrattivista”…, ma anche i nuovi ministeri, il ruolo dei laici e della donna, l’inculturazione della fede e della liturgia, ecc.
Che la Chiesa abbia il coraggio di essere “in uscita”, in ascolto, profetica, come suggerisce il capitolo finale dell’Instrumentum laboris. Una Chiesa che «reagisce responsabilmente alla situazione globale di ingiustizia, povertà, disuguaglianza, violenza ed esclusione in Amazzonia» (IL 146). Una Chiesa che «non può non preoccuparsi della salvezza integrale della persona umana, che comporta promuovere la cultura dei popoli indigeni, parlare dei loro bisogni vitali, accompagnare i movimenti e unire le forze per difendere i loro diritti» (IL 143).
Sono tante le sfide e speranze per un’azione profetica in Amazzonia, per essere una Chiesa presente, accogliente, missionaria e che si incarna nelle culture, seguendo la scia della missione degli Apostoli e principalmente di San Paolo, che ha voluto “farsi greco con i greci”, cercando di adattarsi “il più possibile a tutti” (cf. 1Cor 9,19-23). «Questo paradigma di azione ecclesiale ispira i ministeri, la catechesi, la liturgia e la pastorale sociale tanto nell’area rurale quanto in quella urbana» (IL n. 105). In questo senso, è ovvio che si deve arrivare a una nuova pratica pastorale, frutto della conversione ecclesiale descritta nel capitolo IX (IL 99 ss). Una nuova pratica pastorale che prenda in considerazione tutti i circa 115 suggerimenti, e non si fermi, tendenziosamente, sul paragrafo n. 129 con il suo suggerimento della “ordinazione di anziani”, che per altro non può essere letto senza il riferimento ai precedenti n. 126 («si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrare l’Eucaristia») e 127 («sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione – potere di governo – deve essere collegato in tutti gli ambiti – sacramentale, giudiziario, amministrativo – e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine»); e che viene molto bene contestualizzato in una proposta di «nuovi ministeri per rispondere in maniera efficace ai bisogni dei popoli amazzonici (…) recuperando aspetti della Chiesa primitiva quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appropriati (cf. At 6,1-7; 1 Tim 3,1-13)» (cf. IL 129).
Tra le varie proposte già presenti nell’Instrumentum laboris, possiamo evidenziare la necessità di formazione degli agenti pastorali laici e la riforma delle strutture dei seminari per favorire l’integrazione dei candidati al sacerdozio nelle comunità, oltre a integrare la teologia indigena e l’ecoteologia e approfondire una teologia indo-amazzonica (cf. IL n. 98), promuovere una catechesi che assuma il linguaggio e il significato delle narrazioni delle culture indigene e afro-discendenti in sintonia con le narrazioni bibliche (IL 123) e un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori (IL 94). 
Tutti questi aspetti richiamano anche la missione Paolina. Tuttavia, è nel Capitolo VII della 3° parte che vediamo un appello più diretto a noi Paolini, perché riguarda specificamente la comunicazione, soprattutto i mezzi di massa, che «trasmettono modelli di comportamento, stili di vita, valori, mentalità» (IL 140) ma che dovrebbero «trasmettere lo stile di vita evangelico, i suoi valori e i suoi criteri» (IL 141). Sono sei i suggerimenti per questa area della comunicazione (dalla formazione integrale di comunicatori autoctoni alla presenza in rete e nei mezzi locali, soprattutto nell’apostolato radiofonico – cf. IL 142), che si uniscono ai precedenti nn. 98, 123 e 129 sulla formazione dei laici e la comunicazione alternativa nelle lingue e culture locali. È importante ricordare qui lo sforzo che la Sobicain ha fatto nel passato traducendo la Bibbia nella lingua Quichua (oggi parlata da circa 10 milioni di indigeni dell’Amazzonia-Andes) e la proposta avvenuta nell’ultimo raduno del Consiglio della stessa Sobicain, di avviare una nuova traduzione in lingua amazzonica.
Cerchiamo di partecipare anche noi a questo cammino sinodale, riflettendo su come noi Paolini (e tutta la Famiglia Paolina) possiamo contribuire per il buon esito di questo evento ecclesiale e come possiamo sostenere Papa Francesco in questa difficile missione di affrontare le grandi forze internazionali e di vincere il “nemico del genere umano”, come direbbe Paolo III. Che questo richiamo dell’Instrumentum laboris ci guidi in questo percorso: «Il volto amazzonico è quello di una Chiesa con una chiara opzione per (e con) i poveri e per la cura del creato. A partire dai poveri, e dall’atteggiamento di cura dei beni di Dio, si aprono nuovi cammini per la Chiesa locale che si allargano alla Chiesa universale» (IL 109).

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